• ACasalini

BEAUTY AND THE BEAST...

Aggiornato il: 8 ott 2019


Era la donna più triste in abito rosso e tacchi alti che avessi mai visto in vita mia. Bellissima. Di una eleganza disarmante.


Eppure era triste. Disperata, oserei dire.


Lo percepii fin dal primo istante in cui mise piede in negozio.

Mi passò davanti senza nemmeno accennare un "buongiorno", oppure un "salve". Come se fossi invisibile. Io che pesavo centoquaranta chili e spiccioli, che avevo il corpo ricoperto di tatuaggi, e che non passavo inosservato nemmeno ai raduni degli Hell's Angels.


La donna più triste del pianeta proseguì con il suo incedere sinuoso verso gli scaffali, muovendosi con disinvoltura su tacchi a spillo che mi mettevano i brividi. La osservai passarsi i dischi tra le dita.

Un'esperta.

Indice, medio, indice, medio, indice medio.

Album che scivolavano da una parte all'altra "della barricata" senza opporre alcuna resistenza. Godendo delle carezze di quella specie di Dea in rosso.


Azzardai un colpo di tosse. Discreto. Da persona per bene.


Lei finalmente sembrò accorgersi di me. Mi rivolse un sorriso. Per poco non mi caddero tutti i tatuaggi in terra.

Rimpiansi di essere quello che ero. Un grassone pieno di inchiostro sottopelle, con una passione ossessiva nei confronti della musica, e decisamente troppo timido per sostenere lo sguardo di una donna.


Presi a fissare il pavimento.


Quando ritrovai il coraggio di guardarla, lei - la donna dei miei sogni -, era già tornata alle sue faccende.

Cercai di indovinare i suoi gusti musicali. Pink Floyd, Velvet Underground, Bowie. Al momento si trovava "da quelle parti".

Di tanto in tanto estraeva un disco, gli dava un'occhiata, poi lo rimetteva al suo posto.

Gettai il cuore oltre l'ostacolo e mi mostrai in tutta la mia maestosità. Abbandonai il banco, la mia roccaforte, una specie di trucco magico che mi rendeva più umano di quanto in realtà non fossi.


Con la mia t-shirt dei Metallica avrei potuto confezionarle un cappotto. Di quelli lunghi fino alle caviglie. Con doppia imbottitura.


Cercai di non pensarci. Chiusi gli occhi e feci finta di essere Brad Pitt. Lui che aveva dieci anni in più di me, ma che sarebbe potuto tranquillamente passare per mio figlio.


Avevo ucciso la mia giovinezza a suon di calorie. Zuccheri, grassi, cibo spazzatura. Una dipendenza come un'altra.

Un po' come alcol e droga. Nel mio caso, era il cibo.


E il fatto che l'essere beccati alla guida dopo aver ingurgitato venti o trenta hamburger, non ti condannasse a sanzioni né a soggiorni forzati "al fresco", era solo un vizio di forma del sistema. Una lacuna bella e buona.

Anche con gli hamburger ci si poteva uccidere. E io ne sapevo qualcosa.


Quando mi ritrovai a un paio di metri dalla donna in rosso, il mio povero cuore (che aveva già pompato più sangue di quanto avrebbe dovuto in almeno un paio di vite "normali"), ebbe uno scatto d'orgoglio e prese a martellarmi sotto al petto come la doppia cassa di una band metal.


"Adesso muoio" mi dissi.


Stavo sudando come un maiale. Sentivo la maglietta appiccicarsi al mio corpo. Centimetro dopo centimetro. Come una camicia di forza. Mi mancava l'aria.


Nell'istante in cui lei si girò verso di me con un disco in mano e mi rivolse la parola, ritrovai me stesso. Ovunque fossi finito.

Sulla musica non ero secondo a nessuno.

Improvvisamente mi sentivo Brad Pitt. Bello, affascinante; l'uomo perfetto.


- Che mi dice di questo? - mi chiese la donna di cui mi ero appena innamorato.

Recuperai il disco dalle sue mani sfiorandole le dita.

Gli diedi un'occhiata.

- Se le dico quello che penso di questo album... - sussurrai tornando a guardarla negli occhi - ...mi promette una cosa?

Lei aggrottò le sopracciglia. Accennò un sorriso.

- Niente di compromettente, non abbia paura. - aggiustai il tiro spostando il peso del corpo da destra a sinistra.

La donna sospirò. - Ok - mi concesse mordendosi le labbra subito dopo. Come se ci avesse già ripensato.


Non le diedi il tempo di ritornare sui suoi passi. Le raccontai tutto ciò che c'era da sapere su quel disco.

Dalla copertina disegnata da Warhol, alla collaborazione con la cantante e modella tedesca Nico. Dall'insuccesso commerciale dei primi anni, alla consacrazione come miglior album di debutto di tutti i tempi.


- Dopo averlo ascoltato la prima volta nel '67, - dissi rigirandomi l'album tra le mani - quelle poche centinaia di ragazzi diventarono tutti critici musicali o misero su una rock band. - Davvero?

Annuii soddisfatto, senza aggiungere che quelle parole erano di Brian Eno e non mie. Un piccolo peccato di superbia.

- Mio marito lo ascoltava continuamente - riprese la donna. E ancora una volta una velo di tristezza parve caderle addosso.


Era successo qualcosa di brutto. Non potevo sapere quanto brutto, ma non era importante.

Quella donna soffriva per un motivo ben preciso. E dal mio punto di vista era già qualcosa.


- Le va di mangiare qualcosa? - mi chiese prendendomi in contropiede. - Intendo... insieme.


Cercai di pensare alla riposta giusta da dire. Quella che un uomo per bene avrebbe utilizzato in casi come questo. Fallii miseramente. - Sto cercando di smettere... - borbottai passandomi le mani sul pancione.

Per la prima volta la vidi sorridere davvero. Un sorriso che si fece largo a gomiti alti e che esagerò a tal punto da trasformarsi in una vera e propria risata.


Aveva appena mantenuto la promessa senza nemmeno sapere quale fosse. Le avrei chiesto un sorriso. Uno solo.


Ridemmo insieme. Come due vecchi amici.

Le regalai "Velvet Undergound" nonostante le sue proteste. Al ristorante però, non volle sentire ragioni. Pagò il conto con la sua carta di credito.


Passeggiamo lungo la battigia.

Scalzi.

Una specie di bisonte con addosso una t-shirt dei Metallica grande quanto una tenda canadese, a fianco di una Dea mozzafiato in abito rosso.


Io e lei. Lei e io.

Roba da non credere.

Il mare diede il suo consenso.

Lou cominciò a cantare "Femme Fatale".



- Alessandro Casalini

https://www.facebook.com/acasaliniscrittore/


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