• ACasalini

I FALL DOWN...



La mia musica non piace a nessuno. Sono un fallito.


Il concerto, se di concerto si può parlare, è appena terminato. Ho suonato per mezz'ora davanti a tre persone. Compreso il proprietario del locale.

A un certo punto non ce l'ho più fatta. Ho lasciato andare le braccia.

Giù. A penzoloni.

Come se il mio cuore avesse smesso di battere. Come se quel briciolo di amor proprio ancora presente in me (chissà dove, per la verità), arrivato a un passo dall'oblio, mi avesse gridato di smetterla subito. Di scendere da quel fottuto palco e di lasciare la ribalta al silenzio.


E così ho fatto.

Ho interrotto la canzone a metà. Con una bella stonatura come finale.

Nessuno ha gridato allo scandalo. Così come nessuno è corso dal boss del locale a lamentarsi.

Tutto è rimasto tale e quale.

Immobile. Silenzioso. Del tutto passivo.


Non appena mi sono tolto la chitarra di dosso, prima di chiudere gli occhi per la vergogna, ho intravisto un lampo di gratitudine serpeggiare tra gli occhi del "mio pubblico".

Come se quella gente troppo triste per apprezzare qualsiasi tipo di musica, fosse sull'orlo di un applauso spontaneo. Come se starmene quassù in silenzio, colpevole di qualcosa che faticavo ancora a comprendere, fosse la cosa migliore che avessi fatto in tutta la serata.

L'unica possibile.


Come si fa a piacere alla gente? Qual è il segreto per avere successo?

Avere una bella faccia? Oppure saper scrivere canzoni come quelle di Lennon?

Forse un po' tutte e due le cose. Forse nessuna delle due.


La puzza di piscio che avvolge il bagno mi fa venir voglia di vomitare. Appoggio la chitarra in terra. A fianco dell'orinatoio.

Mi allento il nodo della cravatta, sbottono il primo bottone della camicia.

Vado alla ricerca d'aria pulita. Niente da fare.

I muri, le porte, persino gli specchi. Tutto quanto intorno a me trasuda materiale di scarto. Rifiuti organici. Veleno.

A volte mi chiedo perché abbia scelto di fare il musicista. Perché non l'impiegato di banca, il muratore, oppure l'insegnante?


La risposta è semplice.

Fare, o meglio essere un musicista, non puoi sceglierlo. Lo sei e basta.

Anche se il tuo pubblico si conta sulle dita di una mano, e il palco sul quale ti esibisci non è altro che uno scalino sottratto a una scala ormai fuori uso.

Sei un musicista perché non puoi essere altro. Condannato.


Sto cadendo. Non vedo il fondo. Probabilmente morirò.

Uno schianto letale capace, in alcuni casi, di dar vita a una sorta di notorietà post mortem.

Vivere la fama da morto.

Come Van Gogh, Melville, Kafka.

Un giorno vorrei poter suonare davanti a una folla oceanica. Sentire la gente cantare le mie canzoni; applaudire. Chiamare a gran voce il mio nome.

Fare rima con Dio.


Ma la mia musica non piace a nessuno. Sono un fallito.

Lo so, l'ho già detto.

Ma ci sono verità che vanno rimarcate. Almeno una volta ogni cinque minuti. Altrimenti si rischia di pensare il contrario; di rimanere delusi. Di credere di essere ciò che in realtà non si è.

Ho scritto una canzone. Si intitola "Creep".


Fa così:


"Quando tu eri qui prima non riuscivo a guardarti negli occhi tu sei proprio come un angelo la tua pelle mi fa piangere tu fluttui come una piuma in un mondo meraviglioso Io avrei voluto essere speciale tu sei così maledettamente speciale

Ma sono una persona sgradevole, sono uno strano cosa diavolo sto facendo qui? io non appartengo a questo posto"


Ecco, io non appartengo a questo posto. Non appartengo a nulla. Nemmeno a me stesso.


Un giorno però, quando i computer controlleranno la nostra vita, sarò grande. Allora la gente mi fermerà per strada e mi dirà:"Bravo Thom, le tue canzoni sono poesia. Noi ti amiamo."


Sì, forse un giorno andrà così. Di certo non ora.

Ora è solo puzza di piscio e silenzio.

Faccio ciò che ci si aspetta di fare in un bagno.

Tiro l'acqua. Recupero la chitarra ed esco fuori.


Non c'è più nessuno. Forse perché il concerto è finito.

Il proprietario del locale mi rivolge un cenno mentre varco la soglia della sua tana.

E' notte. Fa freddo.



Senza nemmeno sapere il perché, riprendo a cadere.


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