• ACasalini

JOKER...


Ho atteso con pazienza. Non mi sono fatto prendere dalla smania di gustarlo appena uscito nelle sale.

Mi sono preparato. Psicologicamente.

Lui, cioè Joker, è sempre stato uno dei miei personaggi preferiti. Cattivo al punto giusto. Sempre sorridente, come se infliggere dolore al prossimo, per lui, fosse puro divertimento. Uno spasso.

La verità, quella che mi ha spinto a scrivere queste righe, è che sono piuttosto sensibile al modo in cui una storia riesce a raccontarsi. Sarà deformazione professionale. Non saprei.

Phoenix riesce a farti contorcere lo stomaco per svariate ragioni. Ragioni che non mi sono ancora del tutto chiare.

Di certo la bravura dell'attore protagonista incide in maniera determinante sulla riuscita di una pellicola, ma qui - tra i meandri di questo Joker -, c'è ben altro.

Sceneggiatura, regia, fotografia, interpretazione. Un poker d'assi che non lascia adito a dubbi. C'è tutto ciò che ci si aspetta di trovare, all'interno di questo film.

Anche la pesante eredità di un personaggio simbolo dei fumetti, già portato sul grande schermo con successo, e consacrato al mito da pellicole ormai considerate dei cult.

Jack, Heath, Tim, Christopher... non aggiungerei altro.

Emarginazione, malattia, intolleranza, pazzia, violenza, solitudine, oblio, show business. E poi cattiveria: deliberata, quasi giustificata, mi verrebbe da dire.

Proprio così. Cattiveria. Con la "C" maiuscuola. E Giustificata. Sempre con la "G" maiuscuola.

Perché quando accade ciò che accade in quello studio televisivo, il "Tonight Show" di Gotham, molti di noi (i più "Cattivi") hanno alzato le mani al cielo in segno di vittoria. Come se la squadra del cuore avesse appena segnato un goal.

Ditemi la verità. Avete goduto almeno un po'?

Io sì. Da morire.

Non che sia un Cattivo, io. Ma come dicevano i saggi: mai fare arrabbiare un buono. Perché quando "un buono" si arrabbia, non può far altro che scaricare sul malcapitato di turno tutto il rancore, il dolore, l'odio che ha tenuto dentro per anni. E per lui, il suddetto malcapitato, la vittima sacrificale di una società spinta oltre al limite del buonsenso, non ci sarà più nulla da fare.

Lo ammetto. Ho gridato una specie di "Evvai!" durante quella scena. Senza vergogna. Forse sono davvero un Cattivo. Chissà.

Joker è un film che va visto. E rivisto. Magari in lingua originale.

Credo diventerà un cult. Uno di quei film capaci di lasciare una traccia indelebile. Profonda. Forte. Sanguinolenta.

Anni fa, ero poco più che un ragazzo, vent'anni o giù di lì, andai a suonare in un ospedale. Su richiesta di un amico che lavorava come responsabile di un reparto "difficile". Pazienti con problemi psichici. Non a un livello considerato pericoloso, ma comunque incapaci di poter vivere all'interno della società cosiddetta "normale".

Quel giorno conobbi Italo (nome di fantasia). Quarant'anni, sovrappeso, pochi capelli. Occhiali alla Buddy Holly. Se ne stava sempre in disparte. Farfugliava parole tra sé.

Scoprii che non faceva altro che cantare "Yellow Submarine" dei Beatles. Senza soluzione di continuità.


"We all live in a yellow submarine Yellow submarine, yellow submarine We all live in a yellow submarine Yellow submarine, yellow submarine"


Un bisbiglio costante. Ipnotico. Capace di "farti uscire pazzo".

Ero solo un marmocchio, ma sentii irrefrenabile la voglia di parlare con lui. Di capire. Di cantare...

Italo mi prese in simpatia. Forse perché sapevo suonare la chitarra. Non appena mi avvicinai mi chiese di intonare "Yellow Submarine".

La cantammo insieme. Io la strofa e lui il ritornello.

Per almeno dieci minuti.

Poi, dopo aver ricevuto un bel giro di applausi, lui mi prese in disparte e mi disse qualcosa che mi lasciò senza parole. Qualcosa che probabilmente non dimenticherò mai.

- Secondo te perché canto sempre Yellow Submarine? Avevo sorriso. - Perché ti piace. Una logica incontrovertibile. Cristallina. - No. Silenzio. - La canto perché uno come me non sarà mai John, né tantomeno Paul, e nemmeno George. Io sarò sempre l'ultimo. Quello difficile da notare. Quello che stona. Una specie di Ringo di serie B.

Ero giovane. Pensavo alle ragazze, alla musica, a fare il bravo a scuola. Non ero uno psicologo.

- Essere l'ultimo dei quattro più grandi di sempre, non è mica roba da poco... - gli feci notare. - Non hai capito. - No, Italo, non ho capito. - Non conta in quanti siamo. Io sarò sempre l'ultimo. Anche all'interno di una stanza vuota. Guarda qui...

Italo si tirò su la manica della camicia. Poi mi mise il braccio davanti agli occhi.

Vidi l'orrore. Mi venne da piangere. E allora piansi. In fondo ero solo un ragazzo, me lo potevo permettere.

Lui si rivestì, poi mi appoggiò una mano sulla spalla.

- Mio babbo - mi sussurrò all'orecchio.

Scossi la testa. Cercai di nascondere la faccia fissando il pavimento. Mi vergognavo. Stavo piangendo e non volevo che qualcuno mi vedesse in quello stato.

- Non sono sempre stato così - aggiunse Italo.

A quel punto ruppi gli argini della vergogna. Lo abbracciai. Ve lo giuro. Abbracciai quel tizio come fosse mio padre.

- Mi dispiace - singhiozzai. - Anche a me.

Dopo che ebbi finito di piangere tutte le mie lacrime, Italo si alzò, si guardò intorno come se fosse finito lì per caso, poi si allontanò canticchiando Yellow Submarine.

Singori miei, là fuori è pieno di Joker. A volte si chiamano Italo, a volte Alessandro, a volte Roberta, Giulia, Lorenzo, eccetera.

Si chiamano come noi. Come le persone a cui vogliamo bene.

Non facciamoci fregare da una risata.

La felicità è ben altro.


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