LOVE IS ALL WE HAVE LEFT...


Nonostante la nostra storia fosse finita già da un po' - settimane che stavano ingrassando a vista d'occhio, pronte a trasformarsi in mesi -, continuavamo a vivere insieme.


Lo facevamo per nostro figlio. Facendo finta di amarci. Come due attori.

Non un granché come attori, per la verità. Ma ce la mettevamo tutta.

Un sorriso, una carezza, persino un abbraccio. Interpretazioni che, a nostro modo di vedere le cose, erano da premio Oscar.

Los Angeles, red carpet, flash accecanti e sorrisi falsi come una banconota da sessanta dollari.

Noi due: attore e attrice protagonista. "Actors in a Leading Role", come amavano definirli oltreoceano.


E poi c'era nostro figlio. Undici anni. Troppo pochi.

A undici anni è perdonabile credere ancora a Babbo Natale. Alla Befana. Al fatto che una famiglia è, e sempre sarà, una famiglia. Una specie di "unità di misura base" su cui costruire la vita, insieme. Sotto allo stesso tetto.

Persone che si vogliono bene. Per sempre. Nonostante tutto.

Ma non è così. O meglio: non sempre è così.

Nel nostro caso non lo era più. Difficile capire perché.

A volte l'amore sbiadisce. Giorno dopo giorno. Come una fotografia lasciata sotto al sole troppo a lungo.

I colori fuggono via. Cercano rifugio altrove, in un luogo più sicuro in cui vivere.

La verità è che anche l'amore può decidere di darsela a gambe. Quando non viene valorizzato a dovere. Quando diventa routine.


Una mattina come tante altre, unica nel suo genere però. Ci eravamo guardati dritti negli occhi, io e mia moglie, due sconosciuti finiti nella stessa cella.

Davanti a me c'era in nulla. Una specie di sorella antipatica. E dai suoi occhi avevo capito che anche lei si stava facendo la stessa domanda. Quella che continuava a martellarmi il cervello.

Come diavolo eravamo finiti insieme? E ancora: come diavolo avevamo fatto a rimanerci, insieme, per quindici lunghi anni?

Il silenzio era rimasto tale e quale. Senza risposte. Afono.

Eravamo rimasti così, per un tempo che non saprei quantificare. Due tizi qualunque seduti sullo stesso letto. A cercare di dare un senso a quella strana situazione.

Stallo. Muovo io, o muovi tu?

Decidemmo di attendere. Di darci un tempo massimo entro il quale tentare di riaccendere la fiamma, anche se le probabilità di vederla tornare a riscaldare i nostri cuori erano minime. Forse addirittura nulle.


Nostro figlio giocava a calcio. Amava correre dietro alla palla. Sul campo, per strada, persino dentro casa.

E noi non mancavamo mai di seguirlo, di incitarlo, di farlo sentire importante. Fianco a fianco. Come una "vera famiglia".

Quel giorno, quello della finale persa ai rigori, faceva un gran freddo. Tirava vento. E noi, come al solito, ce ne stavamo a bordo campo. Lontano dagli altri genitori.

Per non rischiare di dover raccontare bugie.

A fine partita nostro figlio venne da noi. Rosso in faccia, sudato fradicio, sporco dalla testa ai piedi. Ci fissò dritto negli occhi e ci disse che era ora di farla finita. Che ormai era tutt