• ACasalini

NOVE SETTIMANE E MEZZO...


Ero pazzo di lei. Bramavo di poterla toccare, accarezzare, baciare. Farla mia.Anima e corpo.E invece nulla. Solo "due di picche".Nonostante avessi strisciato in terra come un verme. Solo per lei. Solo per farle piacere.Era una sadica. E io un coglione.Una coppia improbabile. Quantomeno male assortita.Uno strano tira e molla che ormai andava avanti da almeno un paio di mesi. Ristorante, cinema, discoteca, persino teatro. Io che di quella roba non ci capivo nulla.Poi, a fine serata, finivamo per ritrovarci mezzi nudi. Lei con la sua lingerie sexy che mi faceva girare la testa, e io in boxer e calzettoni."Inchiavabile", si diceva dalle mie parti. Uno di quelli con cui non saresti andato a letto nemmeno se condannata a viverci insieme in un isolotto grande quanto uno scoglio. Nemmeno dopo un anno di astinenza.E allora perché continuava a uscire con me?Perché le piacevo. Perché mi amava.Sì, doveva essere per forza così. Ma la sua innata indole sadica, faceva sì che il nostro amore continuasse a bollire in pentola. In attesa di una specie di cottura perfetta. Nonostante non avessimo ancora "buttato giù" la pasta.Quella sera lei si mise seduta sullo sgabello. Sottoveste rossa, scarpe rosse tacco dodici, rossetto rosso. Io a quattro zampe come un cane, torso nudo, mutandoni a righe, calzini grigi e occhiali da vista.Percorsi buona parte del soggiorno. Con gli occhi fissi su di lei. Sbucciandomi le ginocchia sulle piastrelle di ceramica che, tra l'altro, mi erano costate un occhio della testa.Strisciai fino a sfiorare i suoi piedi. Una regina di fronte a un povero disgraziato. In attesa di una sentenza di morte.Ne avevo avuto abbastanza. Ero stanco di collezionare inutili pareggi. Volevo vincere, oppure perdere. L'importante era farla finita. Stasera. Adesso.Mi fermai un attimo prima di finire con la faccia tra il suo seno ingombrante. Solo perché ero un gentleman. Altrimenti avrei tirato dritto. In apnea. In mezzo a tutta quell'abbondanza. Come un vitellino appena nato alla ricerca del latte.Lei mi osservò per qualche secondo, senza dire una parola, dall'alto verso il basso. Come se davanti a lei ci fosse una forma di vita inferiore. Un prototipo malriuscito di essere umano.- Ti amo - borbottai.Lei continuò a fissarmi, in silenzio.- Ti amo - ribadii.Questa volta sorrise, per la verità senza troppa convinzione. Giusto un accenno. Quasi mi fosse dovuto, quel sorriso; se non altro per tutto quello strisciare in terra come un serpente alle prime armi.- Lo so che mi ami - disse.Mi passai la lingua sulle labbra, e le trovai così secche che per un attimo temetti di vederle finire in terra e andare in pezzi come un vaso di porcellana.- E tu... - azzardai. - E io, cosa?Sospirai. - E tu, mi ami oppure no?- No. - No?!Questa volta fu lei a sospirare. - No - ribadì. - Al momento non ti amo, ma forse... domani... chissà...Forse. Domani. Chissà.Che diavolo significava "Forse-Domani-Chissà"? Era forse il titolo di una nuova canzone di qualche rapper improvvisato? Oppure il titolo di un nuovo film strappalacrime?No."Forse-Domani-Chissà" era l'ennesima presa per il culo. Una condanna a morte incapace di uccidermi. Nemmeno a fuoco lento.Mi tirai su. In tutto il mio splendore. Nonostante i boxer e i calzettoni. Nonostante il petto a piccione e gli occhiali da nerd.- Ne ho abbastanza di te! - esclamai puntandole un dito contro. - Moi? - scimmiottò lei. - Sì, proprio di te!Quella specie di sorriso stampato sulle sue labbra rosso fuoco evolvé in una specie di ghigno diabolico. Fino a esplodere in una fragorosa risata che rimbombò nel silenzio del mio soggiorno. Come se fosse scoppiato un petardo a fine anno.Feci un passo indietro, forse addirittura due. Lei si alzò dallo sgabello, e un attimo più tardi mi fu addosso.Non ebbi il tempo di reagire. La sua lingua finì dentro la mia bocca, come un colpo di pistola esploso a distanza ravvicinata.Mi trafisse l'anima, il cervello, il cuore.Ci baciammo fino a quando i polmoni cominciarono a protestare. Fino a quando la mandibola non cominciò a farmi male sul serio.Mi tirai indietro. Ero sconvolto. Sentivo il sapore del suo rossetto ovunque. Come se non avessi mangiato altro da almeno un mese.Lei si passò la lingua sulle labbra. Aveva ancora fame. Di me.- Hai strisciato su questo maledetto pavimento per mesi, - disse indicando i miei calzini - hai fatto tutto quello che ti ho chiesto di fare. Mi hai portata a mangiare nei ristoranti più costosi della città, al cinema a vedere i film che IO volevo vedere. Mi hai persino accompagnato a teatro, anche se di "quella roba" non te ne frega niente. Ma che razza di uomo sei?Silenzio.- Ma... veramente... - "Veramente" non esiste! - sbottò Corinne (così si chiamava la donna della mia vita) facendo battere violentemente la scarpa sul pavimento. Come volesse calpestare un insetto.Le si ruppe il tacco Un rumore sordo. Come ossa passate nel tritacarne.Tuttavia non fece una piega. Si limitò a riprendere fiato. Poi riprese con la sua arringa.- Certo che ti amo, coglione che non sei altro! Che ti credevi, che mi stessi prendendo gioco di te? Pensavi davvero che stessi facendo la stronzetta?Non sapevo cosa dire. Come sempre, del resto.Così evitai di parlare. Agii. D'impulso. Chiudendo gli occhi.Quando finimmo di fare l'amore, distesi sul pavimento a fissare il soffitto, felice come non lo ero mai stato prima, le presi la mano. Poi mi girai verso di lei.- Mi vuoi sposare? Lei sorrise. - Mi amerai per tutta la vita? - Sì. - Anche se diventerò ancora più grassa.Mi venne da ridere. - Guarda che tu non sei mica grassa.- Certo, come no! Sono un fuscello. - Magari non proprio un fuscello, ma a me piaci così. - Davvero? - Sì.Mi strinse la mano. Forte. Come a volermi trasmettere tutto il suo amore. Quello che aveva tenuto nascosto per mesi.- Ti faceva cagare il teatro, non è vero?Temporeggiai il celeberrimo secondo di troppo.- Non è vero? - mi incalzò Corinne. - Sì - dovetti ammettere. - Quella roba non fa davvero per me.Rimanemmo in silenzio. Probabilmente ci addormentammo. Mezzi nudi. Distesi sulle maledette piastrelle.Quelle che mi erano costate un occhio della testa.


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