#seeeyoucineblog LICANTROPIA EVOLUTION (GINGER SNAPS) di John Fawcett (2000)


A cura di Horror Über Alles

Brigitte (Emily Perkins, la precoce e tenera Beverly Marsh della miniserie IT) e la sorella Ginger (la sexy mistress Katherine Isabelle di American Mary) sono due emarginate che non passano di certo inosservate agli occhi dei loro coetanei, questo a causa del gusto per il macabro e la loro attrazione per la morte, la quale si son promesse di raggiungere insieme sancendo un patto di sangue. La loro quotidianità viene sconvolta quando una notte, dopo l'arrivo del menarca di Ginger, la stessa viene aggredita da un essere sovrumano: un lupo mannaro.

Ginger Snaps (pessima la distribuzione italiana con annesso titolo), ci presenta un duo convincente e compatto: Ginger, ribelle, decisa e sfrontatamente avvenente, e l'impacciata Brigitte, decisamente più timida e legnosa, dipendenti l'una dall'altra da un rapporto simbiotico, di simil gemellaggio: figure diverse ma facce della stessa lugubre medaglia. Attraverso la splendida e grigia fotografia di Thom Best, l'incredibile soundtrack dalle note tragicamente solenni di Mike Shields, degli effetti speciali gustosamente artigianali - non esenti da difetti ma di forte efficacia - e una regia dinamica, il canadese John Fawcett implementa un quadro di licantropia nel suo senso più patologico: Licantropia come metafora del mutamento del corpo femminile in fase puberale, processo orrifico del passaggio, sensuale e maturo, da bambina a donna, che viene affrontato dalla magnetica Katherine Isabelle (che passa da insulsa alienata a procace femme fatale) come un virus letale più che come una tappa transitoria, in cui il soggetto sinistrato in questione muta drammaticamente pelle: da essere carnale e vulnerabile metamorfosa a spericolata creatura inumana (evidenti i rimandi a Specie Mortale di Roger Donaldson). Ginger Snaps appare dunque come un teen movie messo in scena da un occhio adulto, che oltre al trauma del menarca tocca tanti altri - critici - temi sotto forma di allegorie visive attraverso il pretesto della fabula: la dipendenza da sostanze stupefacenti e da legami tossici, malattie sessualmente trasmissibili e autolesionismo.

Fawcett ci trasporta in un universo giovanile tipico degli anni '90 (e con criticate allusioni alla tragedia della Columbine High School), dominato dal cliché dell'outsider - qui rinnovato con un gusto amaramente dark - su cui ricadono le colpe di un paesaggio suburbano americano bizzoco, e ordinariamente opportunista, non molto lontano/distinto da quello del kingiano Carrie e delle Vergini Suicide di Jeffrey Eugenides. Buone e memorabili molteplici intuizioni (le morti con lo splatter in quantità, l'incipit con la sequenza di finte immagini suicide, l'omaggio a The Craft durante la festa antecedente il tragico epilogo) che fungono da tappabuchi per delle sottili ingenuità (o prevedibilità) di scrittura e un inspiegabile, ma trascurabile, cambiamento-calo di ritmo, affioranti verso i venti minuti finali.

A Fawcett si può dare però il merito di aver realizzato un fascinoso e cupo film di culto, un toccante e sanguinoso gioiello del nuovo secolo da riscoprire e rivalutare, capace di rielaborare in chiave moderna e teen il mito del lupo mannaro in modo originale, ardimentoso e sadicamente brillante, senza tralasciare un'imponente vena di tragedia. E non lo si può di certo dire di tutti.

IL NOSTRO GIUDIZIO: ***½ 3,5/5