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#seeeyoucineblog Questa settimana DELIRIA di Michele Soavi

Terza settimana e terza recensione sempre a cura di Horror Über Alles. Ci immergiamo questa volta in una produzione italiana che tanta scuola ha fatto, soprattutto in passato, anche e soprattutto nel genere horror. Buona lettura!


DELIRIA di Michele Soavi (1987)

A cura di Horror Über Alles (Davide Sicarius D’Andrea e Caroline Darko)


Quando si pensa allo Slasher è inevitabile che la mente lo colleghi a quelle decine e decine di pellicole americane figlie dell'epoca ottantina generate dall'iniziatore John Carpenter, o ancora meglio a quei film contemporanei in cui son racchiusi tutti gli svariati, e possibili, cliché dell'horror anni 2000 (dai molteplici e immancabili rapporti sessuali, donne nude e poi brutalmente ammazzate, al gruppetto di sfigati al cui interno si definirà poi una "sopravvissuta", o più comunemente "final girl") divenuti ormai il biglietto da visita di un sottogenere a cui ci si riferisce oggi con "leggerezza" ma che, agli albori, era – palesemente - figlio nientedimeno che di truculenti prototipi italiani, e il quale si presentava decisamente più impegnato e accattivante. Ad unire sapientemente il fresco sapore americano all'amaro gusto italico ci pensa un certo Michele Soavi, che nel 1987, sotto la produzione di Joe D'Amato e su una sceneggiatura di Lew Cooper aka George Eastman (Luigi Montefiori), esordisce alla regia e realizza Deliria, in origine intitolato Aquarius e conosciuto all'estero coi titoli Stage Fright (come il classico di Alfred Hitchcock) o Bloody Bird.

L'esordio di Soavi è incentrato su una bizzarra e varia compagnia di attori alle prese con le prove di un imminente spettacolo teatrale. Il tutto è condito con l'evasione di uno spietato serial killer, Irving Wallace, che troverà rifugio proprio all'interno del teatro dopo essersi intrufolato nell'auto dell'attrice Alice (la bella e carismatica Barbara Cupisti), che aveva chiesto soccorso per una caduta proprio nel manicomio in cui Wallace era tenuto sotto controllo. La fuga dell'omicida e l'assassinio di un membro della troupe non impediranno al regista Peter Collins (un David Brandon semplicemente perfetto) di proseguire con le prove del suo spettacolo, e di costringere i suoi attori a passare la notte chiusi a chiave in teatro, senza sapere di non essere soli.

La forza di Deliria, sopraggiunto come salvezza in un periodo di forte crisi del nostro cinema dell'orrore, risiede nella forma, nel coscienzioso e curato utilizzo di scrittura e regia; i pregi principali, difatti, li troviamo nella solidità del plot di partenza e nel ritmo incalzante e, pur predisponendo di un budget risibile, nell'alto livello proposto dal comparto tecnico - fotografia sopra tutto - a cui ha messo mano nell'edizione italiana lo stesso Joe D'Amato. Non è un caso che il regista milanese sia stato all'epoca - e anni dopo, forse ancora oggi - ritenuto il degno erede dei precedenti maestri del terrore italiano, di cui ricalca le orme e su cui aggiunge tratti nuovi e inconfondibili, e per cui ci si aspettava una carriera totalmente differente.

Non c'è quasi niente fuori posto in questa teatrale carneficina dell'87: la trama è, seppur semplice, brillante nel suo insieme e segue un andamento avvincente - con degli espedienti ben pensati e convincenti (ad esempio il ruolo che gioca la chiave) -, la colonna sonora musicata da Simon Boswell, Guido Anelli e Stefano Mainetti, in cui spesso spiccano sonorità che possono risultare fuori luogo, è ipnotica e inquadrata (i temi ricorrenti Stage Fright, le varie versioni di Locked Up e Quartet sono indimenticabili); gli omicidi sono efficaci, creativi e pittoreschi (da segnalare quello suggestivo durante l'erotico balletto sul palcoscenico e il crudo omicidio della mutilazione in soffitta, ma è la ricomposizione finale dei cadaveri il vero apice del film). Certo, molti attori in alcuni punti risultano un po' spartani - i momenti grotteschi sono voluti e forse anche l'inverosimile frame finale - ma Barbara Cupisti non ha nulla da invidiare alle sue colleghe americane, né il sopracitato

David Brandon o lo stesso Clain Parker nei panni del memorabile e sadico killer dalla maschera da barbagianni (omaggiato anche nel recente e inedito Lord of Tears di Lawrie Brewster), ed è proprio un peccato - nonché fatto alquanto inintelligibile - che tale personaggio non sia divenuto una vera e propria icona alla stregua dei famigerati Michael Myers, Freddy Krueger, Leatherface e Jason Voorhees.

Di conseguenza, Deliria è il giusto compromesso - ed equa giunzione - tra horror carpenteriano e thriller argentiano, e non solo uno degli Slasher più riusciti della storia, acclamato e invidiato anche oltreoceano, ma, prima di ogni altra cosa, una delle massime gemme dell'horror tricolore, che ci si dimentica troppo spesso di valorizzare.


IL NOSTRO GIUDIZIO: ****½ (4,5/5)




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