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WHO (THEY ARE)...

Aggiornato il: gen 18


Dopo tredici anni gli Who pubblicano un nuovo album di inediti. E devo dire che la notizia mi fa un gran piacere. A prescindere dal risultato finale. Ancor prima di ascoltarlo, questo nuovo lavoro.

Pete e Roger tornano in studio dopo anni e anni "di piedi sul palco" (per chi c'era a Bologna nel 2016, credo abbiate ben chiaro a cosa mi riferisco).

E con loro ci sono i musicisti che li hanno accompagnati negli ultimi anni (per non dire decenni). Dal fratello di Pete, Simon, al figlio d'arte Zak Starkey, senza dimenticare il grande Pino Palladino (probabilmente uno dei migliori bassisti sulla piazza).


L'album si intitola "Who". Un titolo che è un elogio alla coerenza.

"The Who" - "Who"

Direi che non fa una piega.

"Who" lo amerete, oppure lo odierete, o addirittura lo eviterete. Consideriamo però un parametro fondamentale, prima di incorrere in giudizi, manifestazioni intellettualoidi di disappunto, sbuffi e sbadigli. Gli Who di oggi, per forza di cose, non possono essere quelli di My Generation (e menomale, aggiungo. Farebbe un po' ridere).

Siamo nel 2020, e questo significa che sono passati 56 anni dal loro primo album: My Generation, per l'appunto. Avete idea di quante cose cambino in mezzo secolo? Azzardo un "molte" per non dire "troppe".

Gli Who, oggi, sono dei nonni. Hanno l'età di mio babbo. 74-75 anni.

Quando registrarono My Generation, di anni ne avevano una ventina. Sarebbe preoccupante se in cinquant'anni non avessero cambiato nulla del loro modo di guardare e giudicare ciò che gli accade intorno.

Ripenso ai miei vent'anni per una decina di secondi, poi decido di lasciar perdere. Non sono affatto certo che l'io attuale e quell'altro ragazzetto siano la stessa persona.

Non è una questione di soldi. Pete e Roger (soprattutto Pete) di soldi credo ne abbiano già fatti abbastanza.

La voglia di raccontare un'altra storia, di misurarsi con lo scorrere inevitabile del tempo, di divertisti ancora tra note, accordi e versi in rima. Credo siano questi gli stimoli principali che abbiano alimentato la "fame" degli Who di oggi. Un appetito che è cresciuto nel corso di questi tredici anni, a piccole dosi, senza dare troppo nell'occhio. Fino a trasformarsi in un bisogno impellente.

E così all'inizio del 2019, Pete, Roger, e tutta la combriccola sono entrati in studio. Con in mano i demo registrati da Townshend nel suo studio casalingo. Ne sono usciti ad Agosto. Tutti sorridenti.

Con un nuovo album. Undici tracce. Nuove di zecca.

Questo album non è pane per nostalgici, ma per chi crede nella musica e gioisce per una band che ha ancora qualcosa da dire. Who è un disco della nascita, non della rinascita. Per una volta lasciamo la storia da parte, e parliamo degli Who come di una band che il 6 dicembre 2019 vede la luce per la prima volta.

Il disco propone una formula chitarre, piano, archi e synth, ma come ha detto lo stesso Townshend: niente nostalgia né romanticismo. Solo Who, quelli di oggi.

"All This Music Must Fade" e "Ball and Chain" rappresentano un ottimo inizio. C'è del nuovo, ma con un chiaro rimando "al vecchio". "Detour", anche se solo per un attimo, mi ha riportato a "Magic Bus". Il ritmo incalzante della batteria mi ha spedito dritto "on the road", seduto in ultima fila, all'interno di un vecchio autobus tutto arrugginito.

"Hero Ground Zero" e "Break the News" (scritta da Simon, fratello di Pete) sono due ottimi pezzi. Tracce molto diverse che, a mio avviso, trasmettono l'ampia gamma di idee originali ancora presenti nella testa di "questi ragazzi".

Gli altri brani fanno da collante a questo album che, ripeto, è stata una vera sorpresa. Vi invito ad ascoltarlo. Non una e nemmeno due, ma almeno quattro/cinque volte.

Deve entrare in circolo. Perché WHO non è Who's Next né Quadrophenia. Non c'è un concept, né una storia. Forse nemmeno un inizio e una fine.

C'è solo un buon album rock. Scritto e registrato da tizi che con il rock c'hanno a che fare da più di cinquant'anni.


Lunga vita al rock, allora! E lunga vita agli Who.


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